VDMFK - Vereinigung der Mund- und Fussmalenden
Künstler in aller Welt, e. V.

Rubén ZAVALA RODRÍGUEZ



Data di nascita: 28.10.1956
Luogo di nascita: Aguascalientes, Ags., Mexico
Borsisti della VDMFK dal: 1988
Tipo di pittura: Pittura con la bocca





Curriculum vitae

Sono nato il 28 ottobre 1956 ad Ojo de Agua de Crucitas, comune di Palo Alto, nello stato di Aguascalientes e sono il nono figlio di una grande famiglia con tredici figli. Mio padre si chiama Juan Zavala Reyes e mia madre Crescenciana Rodríguez Segovia. Entrambi sono nati nella mia stessa città natale.

Data la professione di mio padre ogni anno andavamo da Aguascalientes a Ocotlán, in Jalisco, perché durante la stagione delle piogge vivevamo in Aguascalientes e durante la stagione secca a Ocotlán.

La mia infanzia è stata come quella di ogni altro bambino, con molti amici con i quali giocavo alle biglie, con la trottola ecc. Non c’era mai tempo di andare a scuola perché a casa c’era sempre qualcosa da fare. I continui viaggi da un posto all’altro ci resero impossibile andare a scuola. Sin da piccolo ero solito accompagnare mio padre al suo lavoro. Compiti i nove anni fui messo a lavorare i campi, concimando, estirpando le erbacce fra le piante di granoturco e aiutando nel raccolto del granoturco, del frumento e del miglio, oltre che di altri prodotti stagionali.

All’età di dodici anni non ero in grado né di leggere né di scrivere. Trascorsi così la mia infanzia giocando e svolgendo piccoli compiti che mi venivano assegnati dai miei genitori quasi fino all’età di tredici anni. Il 25 settembre 1969 mi ricordo che mio padre mi disse di andare a portare da mangiare ai miei fratelli che stavano lavorando nel campo del signor Pedro Salcedo. Mi ricordo ancora che già la mattina presto chiesi a mia madre se il cibo era pronto per portarlo ai miei fratelli e lei mi disse che era ancora presto. Aspettai ancora, dopodiché il cibo era pronto.

Andai insieme a due cugini, Roberto e Trino Pérez, che dovevano portare anche loro da mangiare ai propri fratelli e sorelle. Arrivammo sul posto senza particolari degni di nota. Dopo aver mangiato ed esserci messi sulla via del ritorno cominciammo a giocare sotto l’acqua. Era infatti la stagione delle piogge. Mi ricordo che dovemmo attraversare una rete metallica di recinzione. Prima passarono i miei cugini. Quando fu la mia volta toccai inavvertitamente dei cavi della corrente attraverso i quali passava una tensione di 440 volt e che erano collegati alla rete di recinzione. Non riuscendo a staccare la mano destra dai cavi, cercai di estrarla dalla morsa per mezzo della mano sinistra, ma il tentativo fu vano. Passò così non so quanto tempo finché non riuscii a staccarmi dai cavi.

Ero ancora sotto lo shock dell’alta tensione allorché realizzai che i miei cugini non erano con me. Erano già andati via per chiamare i miei fratelli che stavano lavorando non molto lontano dal luogo dell‘incidente. Mi ricordo che vicino passava un canale di scarico. Mi abbassai e bevvi molta acqua perché la sete era enorme. Poi andai verso la strada, ma non ce la feci ad arrivare perché ero troppo spossato per camminare, così mi sedetti su un masso vicino al sentiero dove mi trovarono i miei due fratelli e i miei cugini. Mi ricordo che mi caricarono su un furgone e mi portarono alla Croce Rossa di Ocotlán dove mi curarono superficialmente le ferite. Era giovedì 25 settembre. Venerdì 26 settembre fui trasportato all’Ospedale San Vicente della stessa località dopodiché, verso mezzogiorno, fui trasferito all’Ospedale Civile di Guadalajara dove non ricevetti alcun intervento medico perché il fine settimana era alle porte e dovevo aspettare il lunedì, 29 settembre, per farmi visitare dai dottori. Quando ciò accadde era già troppo tardi: la cancrena aveva già invaso i miei arti e questi quindi dovettero essere amputati. Versai in coma per una settimana senza sapere che cosa accadeva intorno a me. Pur essendo privo di coscienza ebbi un‘esperienza meravigliosa: vidi un uomo dalla pelle nera accanto a me e ricordo che mi disse che non sarei morto. Aveva con sé un cestello pieno di erbette e mia madre venera molto il Santo Martin da Porres. È possibile quindi che fosse stato lui.

Per un momento la mia anima lasciò il mio corpo e improvvisamente vidi dei dottori e delle infermiere, tutti molto occupati, che iniettavano qualcosa nel mio corpo. Improvvisamente ebbi la sensazione di trovarmi in un posto di una bellezza incredibile, in un prato verde con delle colombe bianche. In lontananza vidi una porta con una luce accecante che si aprì, come se volesse invitarmi a entrare. Improvvisamente però ritornai nel mio corpo che era stato appena operato. Dovetti rimanere in ospedale per tre mesi. Durante questo periodo c’erano sempre vicino a me mio padre oppure uno dei miei fratelli o sorelle che si sostituivano a vicenda e non mi lasciavano mai solo. So ancora che mia madre mi visitava il più spesso possibile, chiedendomi come stavo, e che io le dicevo sempre “bene”.

Alla fine arrivò il giorno tanto desiderato in cui fui dimesso dall’ospedale. Era la vigilia di Natale ed io ero felice di tornare a casa dai miei genitori e dai miei fratelli e sorelle a Cuitzéo in Jalisco, dove vivevamo.

Arrivati a casa vennero a trovarmi i miei amici, i miei parenti e dei curiosi che volevano sapere come stavo e in che condizioni io mi trovassi. Avevano infatti saputo che mi erano stati amputati gli arti superiori. Credo che a lamentarsi di questa perdita fossero più loro che io. Tutta la mia famiglia, grazie a Dio, fu felice di rivedermi e di essere di nuovo tutti insieme. Passò così il tempo e io cominciai lentamente a riprendermi. I miei compagni di gioco mi rimasero sempre fedeli e mi venivano a prendere per andare a giocare, se erano dei giochi ai quali potevo partecipare. Nel 1970 facemmo conoscenza con la signora Guadalupe Cuellar che cuciva per Alicia, la moglie dell’ingegnere Ulrich M. Sander, il quale lavorava per l’impresa Celanese Mexicana. La signora Guadalupe raccontò all’ingegnere del mio caso. Quest’ultimo le disse che gli avrebbe fatto piacere conoscermi e così fummo presentati a vicenda. Egli mi disse che secondo lui c’era una possibilità di aiutarmi a ottenere una protesi e così parlò con l’ingegnere Federico Ortíz Albares il quale lavorava per la stessa impresa a Città del Messico. Le due famiglie sbrigarono insieme la necessarie formalità perché fossi ricoverato nel centro di riabilitazione di Tlanépantla, nello stato federale Messico.


Il passo successivo tuttavia non fu affatto facile. Dopo che tutto era già stato preparato perché fossi ricoverato nel centro di riabilitazione a Città del Messico, furono comunicati ai miei genitori il giorno e l’ora in cui avremmo dovuto arrivare. Mi ricordo che il signor Sander e suo figlio vennero una domenica sera per prendermi. Mio padre mi accompagnò. La mattina del lunedì arrivammo a casa dell’ingegnere Federico Ortiz e della sua stimata signora Herla Luna con i loro figli.

Passammo alcuni giorni nella casa della famiglia Ortiz Luna mentre furono sbrigate le formalità per il mio ricovero al centro di riabilitazione. Non appena tutto fu a posto mi portarono lì, dove rimasi da solo. Mio padre ritornò da mia madre e i miei fratelli e sorelle a Cuitzéo. Non appena rimasi da solo mi sentii molto triste e piansi alcune volte perché non mi ero mai separato dalla mia famiglia. Passato del tempo mi abituai alla cosa. Grazie all’affetto da parte del personale del centro mi sentii meglio. Ciò nonostante però sentivo la mancanza dei miei genitori.

Il centro disponeva di laboratori nei quali ci si poteva dedicare all’espletamento di varie attività. Si tratta infatti di un centro per persone con handicap di vario tipo. C’era una sala per donne, una per uomini e una per bambini, quella dove mi trovavo io. Dopo due mesi mi dissero che dovevo andare a scuola e mi domandarono in quale classe ero andato nel mio villaggio. Mi ricordo ancora oggi che risposi con un po‘ di vergogna, dato che non sapevo leggere né scrivere. In questo centro c’era sia una scuola elementare che una scuola secondaria, per dare ai pazienti la possibilità di proseguire la propria educazione scolastica.

Alla fine arrivò il giorno in cui dovetti andare a scuola. L‘insegnante era giovane e non si prese particolarmente cura di noi. La mattina molto presto, infatti, arrivava il suo amico e lei usciva dalla classe per chiacchierare con lui. Mi ricordo che dopo una settimana circa lo raccontai alla capoinfermiera. Passò quasi un anno e durante una passeggiata attraverso i laboratori mi fermai per osservare un gruppo di persone che dipingevano. L’insegnante mi venne incontro e mi domandò: „Ti piacerebbe imparare a dipingere?“, e io le dissi eccitato „Sì“. Mi ricordo che lei mi chiese come volevo tenere il pennello e io le risposi, „Con la bocca. So già scrivere tenendo la matita in bocca“. Lei mi disse: „Molto bene, ti aspetto martedì prossimo alle dieci e dopo cominciamo“.

Ritornai nella sala in cui alloggiavo e raccontai ai miei camerati e all’infermiera di servizio, che si chiamava Irma, che avrei preso lezioni di pittura. Mi ricordo che lei si rallegrò molto di ciò e che tutti si congratularono con me per il mio nuovo proposito di imparare a dipingere.

Nel 1971 ritornai a Cuitzéo, in Jalisco, dai miei genitori e dai miei fratelli e sorelle, dopodiché fui mandato alla scuola elementare Niños Héroes dove affrontai e superai un esame finale del terzo anno di scuola. Cominciai pertanto a frequentare il quarto anno di scuola. Anche se scrivevo tenendo la matita in bocca nessuno dei miei compagni di classe mi lanciò occhiate strane. Nei miei confronti tutti si comportarono assolutamente bene e io mi sentivo a mio agio. Tuttavia non avevo un insegnante che mi insegnasse a dipingere, il che non era un problema in quanto continuai a dipingere senza insegnante. Nel 1974 terminai la scuola elementare.

Nel luglio dello stesso anno sbrigai le formalità per andare alla scuola secondaria che si trovava a Ocotlán, a circa due chilometri e mezzo da Cuitzéo, dove vivevo. Il direttore e proprietario della scuola secondaria Benito Juárez, il signor Raúl Topete Gómez, era una persona meravigliosa.

Arrivò il momento di cambiare scuola: nuovi compagni di scuola e nuovi insegnanti. Per ogni materia c’era ora un insegnante diverso. Arrivato in classe, il primo giorno di scuola non vidi nessuno dei visi cui ero abituato. Erano tutti nuovi per me. Ciò nonostante mi feci coraggio: entrai, salutai e mi cercai un posto. Subito dopo arrivò un compagno di scuola il quale mi disse di volermi aiutare un po’, ma io gli risposi che non era necessario e che tutto era a posto, grazie. Se avessi avuto bisogno di qualcosa glielo avrei detto.

Entrò il primo insegnante il quale cominciò a leggere i nomi a voce alta. Quando veniva letto il nome di qualcuno, questo si alzava e diceva: „Presente“. Dopo aver fatto il controllo delle presenze ci disse che ora ci avrebbe dettato qualcosa. Mi guardò e mi chiese: „E tu con che cosa vuoi scrivere?“. Io gli risposi che io scrivevo con la bocca. Tutti si voltarono verso di me e si misero a guardare mentre mettevo la penna stilografica in bocca e cominciavo a scrivere. Dopo un po’ sentii bisbigliare: „Sa scrivere!“. L’insegnante mi chiedeva sempre se anch’io potevo seguire il dettato, al che io rispondevo sempre di sì. Terminata l’ora di lezione alcuni dei miei compagni di classe vennero al mio posto per vedere com’era la mia scrittura, mentre altri si congratularono con me e mi offersero il loro aiuto. Passò così il mio primo giorno di scuola alla scuola secondaria e, senza alcunché di particolare, il primo anno di scuola. Continuai a imparare e a dipingere senza insegnante. Alcuni dei lavori che avevo fatto però non mi piacevano. Alcuni li cancellai e altri li strappai perché non erano venuti come mi aspettavo, per cui mi misi a rifare lo stesso soggetto oppure iniziai qualcosa di nuovo.

Dopo alcuni mesi l’ingegnere Sánder mi raccomandò al signor Jesús Barajas Sandoval, che lavorava anche lui per l’impresa Celanese. Questi mi fece visita e mi invitò a casa sua per darmi lezioni di disegno e di pittura. Aveva infatti studiato all’Accademia di Arti Figurative nella città di Guadalajara.

Fu così che iniziai a prendere lezioni a casa sua. Egli mi mostrò come suddividere i colori in colori freddi e colori caldi, a seconda della tonalità della loro intensità, e a come mescolare i colori per ottenere un colore secondario.

Con il tempo fui in grado di acquisire sempre più nozioni, gli esercizi mi riuscirono sempre meglio e la mia tecnica diede risultati sempre migliori. Ricavai anche un maggior senso di fiducia che mi fu di aiuto nel proseguire la mia educazione scolastica. Passò così l’anno di scuola: andando a lezioni di pittura, studiando a scuola e dando ai miei compagni di classe lezioni di educazione artistica. Alla fine dell’anno scolastico diedi loro dei voti, ma senza essere severo con nessuno.

Verso la metà dell’anno scolastico vennero degli scolari da una scuola normale per fare un dipinto murale nell’aula magna della scuola, cui mi invitarono a partecipare. Il dipinto aveva il titolo „L’occhio della saggezza” e consisteva in figure umane, alberi, figure geometriche, libri e sentieri che conducevano ad un occhio posizionato al centro del dipinto.

Conclusi così il terzo anno della scuola secondaria. Alcuni compagni di scuola non proseguirono l’educazione scolastica, altri si iscrissero alla scuola tecnica e altri ancora, come me, si iscrissero alla scuola superiore.

Questo capitolo della mia vita non sarebbe stato possibile senza il sostegno di una donna meravigliosa che si prese sempre cura delle mie esigenze fisiche e mi dimostrò un amore incondizionato che solo una madre può dare.

Ogni volta che dovevo andare a scuola si è sempre preoccupata di darmi un pasto da mangiare in classe, si è data cura di tenere sempre puliti il mio corpo e i miei vestiti e non mi è mancato mai questo grande amore con il quale si può superare tutto e per il quale non c’è niente che non si possa fare.

Mentre scrivo queste righe ringrazio Dio dal profondo del mio cuore e mia madre che è e sarà sempre al mio fianco, questa amica straordinaria che io presenterò con orgoglio ai miei amici e al mondo intero, perché una madre come la mia non ci sarà una seconda volta.

Arrivò la data per iscrivermi alla scuola superiore da frequentare nella città di Guadalajara perché il corso di preparazione per gli studi universitari era integrato nell’Università di Guadalajara.

Mi trovavo al terzo semestre della scuola superiore e dipingevo di nuovo da solo finché un giorno andai al centro culturale e constatai con mia sorpresa che vi si davano lezioni di disegno e di pittura. Le lezioni di pittura venivano date dal signor Marcos Iñiguez Romero e quelle di disegno dal signor José Luís Martínez.

Dopo un momento mi chiesero che cosa facevo. Dissi loro che frequentavo la scuola superiore e che anch’io dipingevo un po’, che avevo preso lezioni di pittura da Jesús Barajas e che dipingevo con la bocca. Mi invitarono a unirmi al loro gruppo di pittura e così cominciai a partecipare a delle mostre collettive. Era il 1978. Così proseguii a frequentare la scuola superiore e a dipingere, partecipando alle mostre del centro culturale a Ocotlán e negli stati federali Michoacán e Jalisco, dove si svolgevano degli scambi culturali perché la casa della cultura a Ocotlán è collegata con la scuola di arti figurative di Jalisco.

Intanto la mia vita andava avanti. Imparavo per la scuola superiore e partecipavo ogni volta che potevo alle lezioni di pittura nella casa della cultura così come alle mostre collettive con gli altri allievi e gli insegnanti.

Terminata la scuola superiore mi iscrissi alla facoltà di ingegneria dell’Università di Guadalajara dove, con molto lavoro e dedizione, conseguii il mio titolo di ingegnere in elettromeccanica.

Nel novembre 1987 conobbi il signor José Moreno, un artista figurativo nel frattempo deceduto, il quale mi raccontò dell’Associazione Internazionale degli Artisti che Dipingono con la Bocca e con il Piede. Dipingeva anche lui con la bocca e faceva parte di questa associazione. Non appena vide i miei lavori mi disse che erano di buona qualità. Mi consigliò pertanto di fare domanda per entrare a far parte dell’associazione e mi disse che mi avrebbe detto lui dove e come farlo. Non me lo feci ripetere due volte e così inviai subito cinque delle mie opere.

Nel marzo del 1998 il signor José Moreno venne a trovarmi a Cuitzéo per comunicarmi che ero stato accolto come borsista dall’associazione in quanto avevo adempiuto i requisiti necessari.

La cosa mi fece molto piacere perché essere membro dell’associazione era per me una benedizione. Da allora ho più tempo e tranquillità per dipingere.

Nel dicembre 1998 sposai la signora Bertha Neri Martínez, una donna straordinaria che mi accompagna nel cammino della mia vita. Ringrazio Dio di averla incontrata e del fatto che lei divide la sua vita con me.

Dal 1990 al 1998 ho esercitato la mia professione di ingegnere presso l’impresa Celanese Mexicana di Ocotlán, Jalisco, e dal 1998 mi dedico a tempo pieno alla pittura, per cui la mia tecnica e la qualità dei miei lavori è migliorata.

Attualmente ho un atelier a casa mia nel quale posso trasmettere le mie nozioni ad altre persone con e senza handicap.

Sono riuscito così a trarre profitto dalle numerose occasioni che la vita ci offre per aumentare la consapevolezza del nostro valore e il nostro amore per il prossimo.